Quando si nomina la Barbagia, il pensiero “generale”, va al periodo del banditismo, a Graziano Mesina, Matteo Boe, alle faide tra paesi. La Barbagia invece è il cuore della Sardegna. Il vero, autentico volto, di quello che l’isola era in un passato non tanto remoto.
La natura incontaminata, i tramonti arancioni che dipingono le vigne di cannonau ed il monte Corrasi, i murales di Orgosolo, le vedove vestite ancora con l’abito a lutto, con il fazzoletto in testa. Le tradizioni affidate agli anziani nelle quali credenze, leggende e verità si fondono in un unico racconto. Le «Tancas serradas a muru, fattas a s’afferra afferra, si su chelu fit in terra, che l’aian serradu puru»* che delimitano i pascoli di pecore e mucche, muretti a secco all’ombra di alberi secolari, sopra i quali capita di vedere i pastori vestiti di velluto, riposarsi durante le ore del meriggio.

Tramonto in Barbagia
La Barbagia è fatta di piccoli paesi, arroccati sui monti del Gennargentu, difficilmente raggiungibili, è fatta di uomini e donne che parlano ancora il loro dialetto, che si distinguono per la loro operosità e generosità. Confesso, le mie prime avventure in Barbagia sono stati piccoli spostamenti di ricognizione. Mi sentivo negativamente influenzata dal suo passato e sbagliavo, quanto sbagliavo.
Orgosolo, il piccolo paese dei murales, è diventato oramai la mia seconda casa. I mie parenti acquisiti sono una grande e bella famiglia, i bimbi mi chiamano zia, gli adulti mi hanno insegnato il dialetto e la madre, Zia Rita, è la figura che sostiene e tramanda le loro origini. Rimasta vedova giovane, alla stessa mia età, ha cresciuto sei figli, è stata forte, ha lottato e non si è mai arresa. Zia Rita è uno dei custodi viventi del passato orgolese e le voglio bene, tanto bene.

Donne di Barbagia
La immagino nel suo grande salotto affacciato sul supramonte, con il suo abito nero, i capelli lunghi, d’argento, raccolti in una crocchia, le mani incrociate sul ventre, come se stesse recitando una preghiera, mentre mi racconta di quando filava il baco da seta, di quando ha partecipato alla rivolta di Pratobello, di quando ha perso il marito, della disperazione che non l’ha abbattuta. Ricordo quando mi regalò la sua gonna nera, a pieghe, la fardetta, le mie lacrime di commozione ed il suo sguardo. Ha asciugato tante mie lacrime, Zia Rita.
Non capivo come mai tutta questa ospitalità; quando mostravo a Zia Rita il mio stupore lei mi guardava e ridendo diceva: “Ilaria, noi siamo abituati così, dove si mangia in quattro si mangia in cinque, non abbiamo tanto ma quello che abbiamo lo condividiamo”. Non potrò mai dimenticare come la comunità orgolsese mi ha accolto, tutte le persone con cui ho fatto amicizia: la signora Angela, il parroco Don Salvatore di Orune, il bar di Caciotta e chi, solamente incrociando la mia strada, mi saluta. Orgosolo è per me il cuore della Barbagia, la Barbagia il cuore della Sardegna e la Sardegna il cuore del mio mondo.
(Tanche chiuse con muro, fatte all’arraffa arraffa; se il cielo fosse in terra, avrebbero recintato pure quello – Melchiorre Murenu )
Foto di copertina di Alessandra Polo
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