Questa è la storia di una continentale toscana dalla Sardegna adottata. Esistono due persone dentro di me, l’Ilaria prima del cancro e l’Ilaria dopo il cancro. Se le dovessi descrivere direi che le due Ilarie non si somigliano per niente. Probabilmente, la seconda, seppur con fatica, ha sviluppato gli anticorpi, ha trovato il vaccino per curare la prima. L’Ilaria di prima era una donna troppo social e poco sociale. Intossicata della “condivisone”, poco propensa alla solitudine e (diciamolo onestamente) odiosamente superficiale. La seconda Ilaria, invece, è nata dal sacrificio, dalla convivenza con la sofferenza di un altro essere umano. Di una persona così tanto amata che ha lasciato un vuoto impossibile da colmare. Dopo aver visto la morte e la resurrezione della prima, la seconda Ilaria, ovvero io, ho trovato la forza di alzarmi. Ho cercato di trovare il bello della vita nonostante il cuore, ogni giorno, mi suggerisse il contrario.
Ho consumato ore, giorni, settimane, mesi cercando di capire cosa avrebbe potuto aiutarmi a sopravvivere, quale poteva essere la terapia giusta. La psicologia, la psichiatria, ottimi compagni di viaggio per alleggerire il macigno che portavo sulle spalle ma avevo bisogno di trovare un posto nel mondo, un angolo in cui il mio cuore malato potesse trovare sollievo. Estate 2018, la mia prima estate da vedova. Esteriormente non ho mai portato il lutto, nella concezione moderna è impensabile che una donna di 42 anni decida di vestirsi completamente di nero. Decida di chiudersi nel suo dolore, ascoltarlo, urlare inerme e paralizzata. Sentirsi morta dentro. È inconcepibile pensare che una donna di 42 anni non voglia ripartire. Io invece mi sentivo così, nero dentro, nero fuori. Il disegno poi ha scoperto i suoi colori, in un luogo che, in passato, ho vissuto come cornice di spensierate vacanze estive. Non sto parlando di posti lontani migliaia di chilometri, bensì di una regione della nostra Italia. Un territorio vicino ma allo stesso tempo giudicato troppo lontano, sto parlando della Sardegna, la mia Sardegna.

Girasole spiaggia
Così, trascorrere del tempo nell’isola bella, è stata la decisone più saggia presa in quel momento così drammatico della mia vita. Ho ascoltato il mio cuore. Ho realizzato quali siano i valori nella vita di una persona. La natura, nostra madre, il silenzio, le riflessioni personali, gli esami di coscienza sulle nostre azioni quotidiane. Imparare a chiedere scusa, volersi e volere bene. Quei miei primi mesi in Sardegna, trascorsi da continentale toscana in fuga, mi hanno disintossicato e insegnato a ridare valore delle persone. Come nelle storie ci si innamora senza volerlo, ci si innamora perché in quel momento si asseconda i bisogni dell’anima. Sono stati i ricordi a spingermi verso di lei, memorie di un passato che purtroppo rimarrà tale senza possibilità di appello ma, sono stata circondata da così tanto affetto, che l’isola è stata la mia terapia anti depressiva naturale.
Il sole, il mare, il cielo, la terra e (soprattutto) i sardi. Da quell’estate in poi, ogni mio viaggio in Sardegna, è come un ritorno a casa, il rimpatrio di una continentale toscana adottata. Alla vista di Tavolara sento finalmente di essere vicina al centro del cuore del mio mondo. Il porto di Olbia mi aspetta, sbarco e imbocco la strada che porta a Nuoro. Il paesaggio intorno a me varia: prima si intravede il mare di Budoni. Passata Siniscola si fanno imponenti, ai lati, i monti che ospitano i paesi di Orune, Bitti, Orani e Lula e poi Nùgoro, città natale della scrittrice premio Nobel Grazia Deledda. L’auto sembra correre da sola, conosce la strada a memoria, in sottofondo le note di George Michael mi tengono compagnia. Mi immergo nella Barbagia, incontro i cartelli stradali che indicano Gavoi, Mamoida, Orgosolo e Fonni ma c’è un punto, uno solo che per me significa “sei quasi arrivata”: l’uscita della galleria Correboi quando, da lontano, scorgo Perda Liana e Punta la Marmora. La natura prende il sopravvento, greggi di pecore al pascolo, mucche e capre mi fanno compagnia lungo il cammino. Abbasso il finestrino e respiro a pieni polmoni, mi sento già meglio. Le curve che attraversano il paese di Villagrande Strisaili mi riportano alla mente i miei nonni centenari. Da lontano scorgo Baunei che la sera, al tramonto, si illumina d’oro, l’altopiano del Golgo, la vallata, il mare, l’isolotto di Arbatax che io chiamo lo scoglio e Girasole, una lacrima di gioia ed una di dolore mi rigano il volto, sono di nuovo a casa e alzo gli occhi al cielo.
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